Purgatorio Canto III

WB01727_.gif (697 byte)

Introduzione

Siamo ancora nell'Antipurgatorio, dove ci sono le anime degli scomunicati; c'è il Principe Manfredi di Svevia.

WB01727_.gif (697 byte)

Versetti 1 - 27
Avvegna che la subitana fuga
dispergesse color per la campagna,
rivolti al monte ove ragion ne fruga,

i’ mi ristrinsi a la fida compagna:
e come sare’ io sanza lui corso?
chi m’avria tratto su per la montagna?

El mi parea da sé stesso rimorso:
o dignitosa coscienza e netta,
come t’è picciol fallo amaro morso!

Quando li piedi suoi lasciar la fretta,
che l’onestade ad ogn’atto dismaga,
la mente mia, che prima era ristretta,

lo ‘ntento rallargò, sì come vaga,
e diedi ‘l viso mio incontr’al poggio
che ‘nverso ‘l ciel più alto si dislaga.

Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio,
rotto m’era dinanzi a la figura,
ch’avea in me de’ suoi raggi l’appoggio.

Io mi volsi dallato con paura
d’essere abbandonato, quand’io vidi
solo dinanzi a me la terra oscura;

e ‘l mio conforto: "Perché pur diffidi?",
a dir mi cominciò tutto rivolto;
"non credi tu me teco e ch’io ti guidi?

Vespero è già colà dov’è sepolto
lo corpo dentro al quale io facea ombra:
Napoli l’ha, e da Brandizio è tolto.

Nonostante l'improvviso fuggire delle anime, Dante si avvicinò a Virgilio perchè senza il suo aiuto non poteva continuare il viaggio.

Virgilio era un po' triste e preso dal rimorso, perchè anche lui si era fermato ad ascoltare quel canto.

Dopo aver ripreso a camminare con calma, i

pensieri di Dante furono diversi e guardò verso il monte.

Il sole rosso si oscurava dov'era la mia persona (per l'ombra) e Dante, che non si ricordava più che Virgilio era solo un'anima

senza corpo e quindi non potava fare ombra, si spaventò, perchè non vedeva la sua ombra.

Allora Virgilio lo rimprovera per questa paura dicendo che lui è morto da molto tempo e il suo corpo è sepolto a Napoli,

dopo essere stato trasportato da Brindisi, dove morì.

 

Versetti 28 -36

Perciò, è normale che Virgilio (che è solo un'anima) non faccia nessuna ombra; come i cieli che fanno attraversare la luce del sole, perchè sono trasparenti Dio ha stabilito che le anime, anche se non hanno il corpo fisico, materiali, possono lo stesso soffrire le pene fisiche.

Nessun uomo può capire la volontà di Dio (Uno e Trino = Una sostanza in tre Persone).

Ora, se innanzi a me nulla s’aombra,
non ti maravigliar più che d’i cieli
che l’uno a l’altro raggio non ingombra.

A sofferir tormenti, caldi e geli
simili corpi la Virtù dispone
che, come fa, non vuol ch’a noi si sveli.

Matto è chi spera che nostra ragione
possa trascorrer la infinita via
che tiene una sustanza in tre persone.

 

Versetti 37 - 48
State contenti, umana gente, al quia;
ché se potuto aveste veder tutto,
mestier non era parturir Maria;

e disiar vedeste sanza frutto
tai che sarebbe lor disio quetato,
ch’etternalmente è dato lor per lutto:

io dico d’Aristotile e di Plato
e di molt’altri"; e qui chinò la fronte,
e più non disse, e rimase turbato.

Noi divenimmo intanto a piè del monte;
quivi trovammo la roccia sì erta,
che ‘ndarno vi sarien le gambe pronte.

Perciò gli uomini devono accontentarsi di accettare le cose così come sono, senza chiedersi il motivo perchè se l'uomo potesse conoscere tutto (cioè se l'uomo fosse perfetto) non c'era bisogno che Dio diventasse uomo, facendosi crocifiggere; infatti molti filosofi come Aristotele e Platone, che credevano di sapere tutto con la sola ragione (senza l'aiuto della fede ) ora sono puniti nell'Inferno (nel Limbo) come Virgilio.

Arrivarono ai piedi della montagna del Purgatorio in cui la salita era difficile.

 

Versetti 49 - 51

In Liguria, vicino a La Spezia, c'è un monte molto ripido (per mezzo di questi paragoni con la terra, l'arte di Dante è più realistica e vera).

Tra Lerice e Turbìa la più diserta,
la più rotta ruina è una scala,
verso di quella, agevole e aperta.

 

Versetti 52 - 72
"Or chi sa da qual man la costa cala",
disse ‘l maestro mio fermando ‘l passo,
"sì che possa salir chi va sanz’ala?".

E mentre ch’e’ tenendo ‘l viso basso
essaminava del cammin la mente,
e io mirava suso intorno al sasso,

da man sinistra m’apparì una gente
d’anime, che movieno i piè ver’ noi,
e non pareva, sì venian lente.

"Leva", diss’io, "maestro, li occhi tuoi:
ecco di qua chi ne darà consiglio,
se tu da te medesmo aver nol puoi".

Guardò allora, e con libero piglio
rispuose: "Andiamo in là, ch’ei vegnon piano;
e tu ferma la spene, dolce figlio".

Ancora era quel popol di lontano,
i’ dico dopo i nostri mille passi,
quanto un buon gittator trarria con mano,

quando si strinser tutti ai duri massi
de l’alta ripa, e stetter fermi e stretti
com’a guardar, chi va dubbiando, stassi.

Virgilio non sa da quale parte salire più facilmente, con il corpo.

Allora, mentre Virgilio con la testa

bassa, pensava, apparvero anime che lentamente (sono i negligenti) venivano verso di noi.

 

Allora Virgilio, pieno di speranza, decide di

chiedere a quelle anime, ancora lontane,

dopo mille passi, quanto un pezzo di strada

necessario ad una pietra lanciata con forza.

Tutte le anime, quasi impaurite, si fermarono.

 

Versetti 73 - 87

Virgilio chiese alle anime, in nome di quella pace spirituale che loro stavano per avere, la strada più facile per salire il monte, per non perdere  tempo prezioso.

Come le pecore (animali umili come le anime del Purgatorio) escono dal recinto

piano, piano e stanno tutte insieme, seguendo la prima e se questa si ferma, tutte le altre si fermano, senza sapere perchè;

così' quelle anime si comportavano allo stesso modo.

"O ben finiti, o già spiriti eletti",
Virgilio incominciò, "per quella pace
ch’i’ credo che per voi tutti s’aspetti,

ditene dove la montagna giace
sì che possibil sia l’andare in suso;
ché perder tempo a chi più sa più spiace".

Come le pecorelle escon del chiuso
a una, a due, a tre, e l’altre stanno
timidette atterrando l’occhio e ‘l muso;

e ciò che fa la prima, e l’altre fanno,
addossandosi a lei, s’ella s’arresta,
semplici e quete, e lo ‘mperché non sanno;

sì vid’io muovere a venir la testa
di quella mandra fortunata allotta,
pudica in faccia e ne l’andare onesta.

 

Versetti 88 - 99
Come color dinanzi vider rotta
la luce in terra dal mio destro canto,
sì che l’ombra era da me a la grotta,

restaro, e trasser sé in dietro alquanto,
e tutti li altri che venieno appresso,
non sappiendo ‘l perché, fenno altrettanto.

"Sanza vostra domanda io vi confesso
che questo è corpo uman che voi vedete;
per che ‘l lume del sole in terra è fesso.

Non vi maravigliate, ma credete
che non sanza virtù che da ciel vegna
cerchi di soverchiar questa parete".

Appena le anime s'accorsero che Dante era vivo per l'ombra che faceva in terra, si fermarono tutte meravigliate e indietreggiarono tutte insieme, senza sapere perchè.

Allora Virgilio disse loro che Dante era ancora vivo e per questo faceva ombra.

Virgilio dice ancora che questo viaggio è voluto da Dio.

 

Versetti 100 - 111

Allora le anime dissero a Virgilio che bisognava tornare indietro, davanti a loro.

Una delle anime chiede, sempre camminando, se Dante la conosce (le anime tengono sempre al ricordo in terra).

Allora Dante, guardando fissamente, vide che quell'anima appariva bella, bionda e gentile, ma con un ciglio diviso da una ferita. Dante risponde di non conoscerlo e allora l'anima gli mostra una ferita al petto.

Così ‘l maestro; e quella gente degna
"Tornate", disse, "intrate innanzi dunque",
coi dossi de le man faccendo insegna.

E un di loro incominciò: "Chiunque
tu se’, così andando, volgi ‘l viso:
pon mente se di là mi vedesti unque".

Io mi volsi ver lui e guardail fiso:
biondo era e bello e di gentile aspetto,
ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso.

Quand’io mi fui umilmente disdetto
d’averlo visto mai, el disse: "Or vedi";
e mostrommi una piaga a sommo ‘l petto.

 

Versetti 112 - 117
Poi sorridendo disse: "Io son Manfredi,
nepote di Costanza imperadrice;
ond’io ti priego che, quando tu riedi,

vadi a mia bella figlia, genitrice
de l’onor di Cicilia e d’Aragona,
e dichi ‘l vero a lei, s’altro si dice.

Sorridendo, l'anima dice di essere Manfredi di Svevia (figlio naturale di Federico II, alla morte del quale, si impadronì dell'Italia meridionale (e anche della Sicilia), servendosi anche dell'aiuto dei Ghibellini contro i papi, i quali, per questo motivo, lo scomunicarono. Nella guerra contro Carlo I D'Angiò, chiamato dalla Francia dal Papa Clemente IV morì combattendo nella battaglia di Benevento. I suoi resti mortali furono levati da sottoterra, per ordine del papa e portati lontano dal Regno di Sicilia.

Ma alla fine si pentì e Dio, che accetta il pentimento anche in fin di vita lo perdona, mentre il Papa non lo perdonò mai. Per questo Dante criticò i papi che, ai suoi tempi erano più crudeli di Dio, che invece è misericordioso. Fu nipote dell'imperatrice Costanza; adesso Manfredi prega Dante di andare dalla bella figlia Giovanna, madre del re di Sicilia (Federico) e del re di Aragona (Giacomo) per riferirle che Manfredi si è salvato, mentre in terra credono che lui sia morto peccatore.

 

Versetti 118 - 120

Manfredi dice che fu ferito mortalmente, si pentì dei peccati e morì con il pensiero a Dio, che perdona tutto.

Poscia ch’io ebbi rotta la persona
di due punte mortali, io mi rendei,
piangendo, a quei che volontier perdona.

 

Versetti 121 - 132
Orribil furon li peccati miei;
ma la bontà infinita ha sì gran braccia,
che prende ciò che si rivolge a lei.

Se ‘l pastor di Cosenza, che a la caccia
di me fu messo per Clemente allora,
avesse in Dio ben letta questa faccia,

l’ossa del corpo mio sarieno ancora
in co del ponte presso a Benevento,
sotto la guardia de la grave mora.

Or le bagna la pioggia e move il vento
di fuor dal regno, quasi lungo ‘l Verde,
dov’e’ le trasmutò a lume spento.

Dice ancora che i suoi peccati furono orribili ma Dio lo perdonò lo stesso, perchè accettò il suo pentimento. Se il Vescovo di Cosenza, che fu mandato dal papa Clemente IV a cercarlo, avesse pensato che Dio è misericordioso, forse i resti del suo corpo sarebbero ancora sul ponte vicino Benevento (luogo della battaglia dove Manfredi morì) sotto tanti massi.

Ora, sono invece sparpagliate, bagnate dalla pioggia, lontano dal regno di Sicilia, lungo il fiume Garigliano (confine del regno di Sicilia) dove furono trasportate senza ceri accesi (come si fa per gli scomunicati, senza la grazia di Dio).

 

Versetti 133 - 141

Anche con la scomunica, però, Dio può perdonare lo stesso, finchè c'è vita e speranza. Chi muore con la feroce scomunica della chiesa, senza umiliarsi, anche se si pente in fin di vita, deve lo stesso rimanere nell'Antipurgatorio. Trenta volte la durata del tempo che è stato scomunicato, tranne che questo tempo venga accorciato dalle preghiere di persone vive e devote (Suffragi).

Per lor maladizion sì non si perde,
che non possa tornar, l’etterno amore,
mentre che la speranza ha fior del verde.

Vero è che quale in contumacia more
di Santa Chiesa, ancor ch’al fin si penta,
star li convien da questa ripa in fore,

per ognun tempo ch’elli è stato, trenta,
in sua presunzion, se tal decreto
più corto per buon prieghi non diventa.

 

Versetti 142 - 145 (fine)
Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,
revelando a la mia buona Costanza
come m’hai visto, e anco esto divieto;

ché qui per quei di là molto s’avanza".

Manfredi alla fine, prega Dante se, per questo motivo delle preghiere, lo può ricordare alla figlia Costanza per poter così entrare più in fretta nel vero Purgatorio.